Bangkok nel piatto

Bangkok

Storia, cultura e identità culinaria della capitale della Thailandia

Krung Thep, come la chiamano i thai — e gli expat che si vogliono dare un tono — oppure, per esteso, Krung Thep Maha Nakhon Amon Rattanakosin Mahinthara Ayutthaya…
Una litania poetica, che nel suo insieme racconta di città divina, di palazzi celesti e di re immortali. Dietro l’eccesso barocco della forma, si cela un’idea fondamentale:
Bangkok non è solo una città, è un mondo intero. Un mondo che si riflette anche nel piatto: tra spezie, influenze straniere, gesti quotidiani e tracce di imperi. Perché Bangkok ha l’odore della brace e del kaphrao (basilico sacro), del lemongrass tagliato fresco e del metallo rovente dei wok che sfrigolano ai margini della strada. È una città che si racconta attraverso il cibo, più che con le parole: ogni piatto porta con sé un frammento di storia, un’eredità lasciata da popoli in transito, commerci, guerre o semplici incontri. Le influenze cinesi, malesi e indiane si fondono con quelle giapponesi, europee e americane, creando un linguaggio culinario complesso e in continua evoluzione. Percorreremo insieme le tappe che hanno trasformato Bangkok in una delle capitali gastronomiche del mondo, osservando come la storia, la geopolitica e la cultura abbiano inciso — e continuino a incidere — sul modo in cui si cucina, si mangia e si vive la città.

La cucina thailandese: equilibrio e identità

La cucina thailandese è spesso descritta attraverso l’armonia dei suoi sapori fondamentali — dolce, salato, acido, piccante e amaro — ma questa sintesi, seppur efficace, rischia di semplificare un universo culinario molto più articolato. Alla base della cucina del regno del Siam si trovano secoli di influenze incrociate, adattamenti locali e codificazioni culturaliche vanno ben oltre la dimensione del gusto. Ogni piatto thailandese, per quanto semplice, è il risultato di una ricerca di equilibrio non solo sensoriale ma anche simbolico. Il riso, elemento centrale della dieta quotidiana, rappresenta stabilità e continuità, mentre le erbe fresche e le spezie — come il coriandolo, il galanga, il kaffir lime o il peperoncino — introducono elementi di vitalità e movimento. La cucina del nord, influenzata dalle culture laotiane e birmane, è più aromatica e meno piccante, mentre al sud prevalgono il cocco, la pasta di gamberetti e le spezie forti, in un dialogo continuo con la vicina Malesia. A Bangkok e nel centro del paese, la cucina si fa più elaborata, frutto dell’eredità della corte reale e dell’influenza cinese. Il pasto tradizionale thailandese non è mai monocorde: zuppe, curry, pietanze fritte e alla piastra, spezie e peperoncini si affiancano in una coreografia che invita alla condivisione. Non esiste un ordine rigido, ma piuttosto un fluire continuo di sapori, come in un dialogo collettivo attorno al tavolo.

Bangkok, crocevia del Sud-Est asiatico

Fondata nel XVIII secolo lungo le sponde del fiume Chao Phraya, Bangkok è cresciuta attorno all’acqua, cuore pulsante della vita commerciale e quotidiana del Regno. I mercati galleggianti, le case su palafitte e i canali che un tempo la attraversavano come una piccola Venezia tropicale sono testimonianza di un passato in cui merci, persone e idee si muovevano seguendo il ritmo del fiume.
La città è da sempre un punto di incontro tra civiltà diverse, e questo si riflette chiaramente anche nella sua cucina. La comunità cinese — tra le più numerose e radicate — ha lasciato un’impronta profonda: tecniche come la cottura al vapore, la frittura nel wok, l’uso del tofu e dei noodles, l’idea stessa di street food organizzato derivano in larga parte da questa influenza. Non meno importante è l’apporto malese e indonesiano, visibile soprattutto nel sud del paese, con curry intensi, satay speziati e l’uso del cocco in forma di latte, olio e polpa. Bangkok ha anche accolto nel tempo sapori e tecniche indiane, khmer e persiane, passando per le influenze portoghesi — tra le prime a introdurre dolci a base di uova — fino ad arrivare alla cucina giapponese, oggi ben rappresentata sia nelle catene internazionali sia nei piccoli ristoranti di quartiere frequentati da una comunità numerosa e ben integrata. La città è, in questo senso, un laboratorio vivente: piatti che nascono dalla sovrapposizione di memorie e pratiche, dal confronto e dall’adattamento. Una cucina profondamente thailandese, ma mai chiusa su se stessa.

Bangkok tra modernità e colonizzazione mancata (fine ‘800 – anni ‘20 del ‘900)

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, il regno del Siam — sotto il lungo regno di Chulalongkorn (Rama V) — intraprese un processo di modernizzazione profonda, volto a evitare la sorte dei paesi vicini, colonizzati dalle potenze europee. In questo periodo Bangkok si aprì al mondo in modo selettivo, assorbendo influenze occidentali nel campo dell’educazione, dell’urbanistica, dell’amministrazione e anche dell’arte del ricevere. La corte reale adottò elementi dello stile di vita europeo: furono introdotti il servizio alla francese, i pranzi in più portate, il tè, la pasticceria europea e i vini importati. Chef francesi e italiani lavorarono a palazzo, formando cuochi locali e contaminando l’alta cucina thailandese, che iniziò a includere salse, tecniche di cottura raffinate e un’estetica più vicina ai canoni occidentali. La cucina reale divenne un ibrido elegante tra identità thai e influenze esogene, destinato a lasciare un’impronta durevole anche sulla ristorazione della borghesia emergente. In questo processo di apertura alla modernità, architetti e artisti italiani giocarono un ruolo sorprendentemente centrale.
A partire dalla fine del XIX secolo, professionisti come Mario Tamagno, Annibale Rigotti ed Ercole Manfredi furono invitati a corte per contribuire alla trasformazione architettonica e urbana della capitale. Tra le loro opere più celebri spiccano l’Ananta Samakhom Throne Hall, splendido esempio di stile neorinascimentale, e la stazione di Hua Lamphong, ancora oggi uno dei principali snodi della città. Il loro lavoro contribuì a creare una Bangkok che, pur mantenendo la propria identità asiatica, cominciava a dialogare con l’Occidente attraverso l’arte, la forma e il gusto. Queste trasformazioni influenzarono anche gli spazi dedicati all’ospitalità: hotel, caffè, sale da tè e ristoranti ispirati allo stile europeo iniziarono a comparire nei quartieri centrali. L’incontro tra la tradizione architettonica locale e il gusto italiano contribuì a modellare una capitale sempre più internazionale e sofisticata.

Identità, nazionalismo e pad thai: la cucina come simbolo (anni ’30 – Seconda Guerra Mondiale)

Negli anni ’30, la Thailandia (che abbandonò ufficialmente il nome “Siam” nel 1939) attraversò una fase di forte nazionalismo guidata dal primo ministro Plaek Phibunsongkhram, noto semplicemente come Phibun. Ispirato ai regimi autoritari europei dell’epoca, Phibun lanciò una campagna per ridefinire l’identità culturale del paese, promuovendo abiti moderni, lingua standardizzata e comportamenti “civili” — compreso il modo di mangiare. È in questo contesto che nasce il pad thai, creato non come piatto tradizionale, ma come simbolo nazionale.
Promosso dal governo per sostituire i noodle cinesi — considerati “non thai” — il pad thai divenne uno strumento di propaganda culinaria, semplice da cucinare, economico, nutriente e facilmente replicabile nelle strade come nelle case. La cucina divenne così un terreno di costruzione dell’identità nazionale: un linguaggio politico tanto quanto gastronomico. In parallelo, la cultura si riorganizzava attorno a nuovi simboli nazionali. Emblematica in questo senso fu la figura dell’italiano Corrado Feroci, scultore fiorentino trasferitosi in Thailandia nel 1923, che adottò in seguito il nome Silpa Bhirasri. Considerato il padre dell’arte moderna thailandese, Feroci contribuì a definire un’estetica nazionale moderna e fu tra i fondatori dell’Università di Belle Arti (oggi Silpakorn University), formando generazioni di artisti e influenzando l’immaginario visivo della nuova Bangkok. Durante la Seconda guerra mondiale, la Thailandia si alleò temporaneamente con il Giappone, pur mantenendo una posizione ambigua e pragmatica. I giapponesi portarono con sé abitudini alimentari, ingredienti e tecniche che avrebbero lasciato tracce nella cultura urbana del dopoguerra, soprattutto nei quartieri commerciali e tra le élite cittadine. Questo periodo segna una fase di passaggio: tra l’antica Bangkok regale e cosmopolita e la città del secondo dopoguerra, sempre più coinvolta nei giochi geopolitici globali. Una transizione che si riflette anche nei piatti, nei sapori, e nelle scelte di ciò che veniva (e non veniva) chiamato “cibo thai”.

Guerra Fredda: spie, diplomazia e cucine parallele

Tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, Bangkok divenne uno snodo cruciale nella complessa rete geopolitica del Sud-Est asiatico. Situata strategicamente tra le aree di influenza sovietica, cinese e americana, la capitale thailandese offriva una base stabile e sicura in una regione segnata da guerre, rivoluzioni e tensioni ideologiche. Non a caso, fu teatro silenzioso di operazioni di intelligence, traffici più o meno leciti e diplomazia segreta. Le ambasciate, le organizzazioni internazionali e le missioni militari trasformarono la città in un mosaico di zone franche culturali. Ogni enclave portava con sé i propri sapori, le proprie abitudini alimentari, spesso riprodotte in cucine riservate, mense diplomatiche o ristoranti “di fiducia”, gestiti da personale locale addestrato a replicare standard occidentali o russi. Allo stesso tempo, nei quartieri centrali e attorno alle sedi diplomatiche, cominciarono ad aprire ristoranti specializzati in cucina francese, tedesca, cinese di alto livello, indiana e persino sovietica — alcuni dei quali divennero veri e propri punti di riferimento per agenti segreti, giornalisti e funzionari in transito. Si creò una sorta di mappa gastronomica parallela, dove il cibo era al tempo stesso strumento di comfort, identità e talvolta copertura. Bangkok non era soltanto il cuore politico “neutrale” della regione, ma anche un luogo dove la diplomazia passava per le tavole. Il cibo divenne linguaggio di mediazione, occasione di incontro, ma anche strumento di osservazione e di influenza culturale. Un pranzo poteva dire molto più di un comunicato ufficiale.

L’influenza americana e gli anni della guerra in Vietnam

Con l’escalation del conflitto in Vietnam negli anni ’60, Bangkok si ritrovò a svolgere un ruolo di retrovia strategica per le forze armate statunitensi. La presenza americana non si limitava alle basi militari: la capitale divenne un punto nevralgico per la logistica, il riposo delle truppe e le operazioni non ufficiali. Il risultato fu un incremento di infrastrutture, consumi e abitudini direttamente ispirate allo stile di vita americano. A livello gastronomico, questa fase introdusse — e in alcuni casi consolidò — ingredienti, metodi di cottura e abitudini alimentari poco comuni nel paese: bistecche, hamburger, patatine fritte, ketchup, soft drink, caffè americano, cereali e dessert al cioccolato entrarono in circolazione, prima nelle mense militari, poi nei ristoranti per stranieri. Alcuni piatti thailandesi cominciarono persino ad adattarsi a questi nuovi gusti, creando versioni “westernizzate” pensate per soldati e funzionari americani. La cultura del fast food e dei diner prese piede, anticipando di decenni la globalizzazione alimentare che avrebbe coinvolto anche altri paesi asiatici. Eppure, in molti casi, queste contaminazioni non cancellarono l’identità locale: si fusero con essa, dando origine a forme ibride che ancora oggi si ritrovano nei menù e nei format ristorativi.

R&R: riposo, hotel e american way of life

Uno degli aspetti più visibili dell’influenza americana fu l’introduzione dei periodi di rest & recreation (R&R), le licenze concesse ai soldati americani per riposarsi lontano dal fronte.
Bangkok divenne una delle mete privilegiate, accanto a Hong Kong, Manila e Tokyo.
La città, già vibrante e accogliente, si adattò rapidamente per soddisfare una domanda crescente di comfort, intrattenimento e “american style”. In pochi anni, nacquero hotel di nuova concezione: grattacieli moderni con aria condizionata, ristoranti interni aperti 24 ore su 24, bar, piscine, centri benessere. Alcuni furono progettati seguendo modelli californiani o texani, nel tentativo di offrire un’oasi familiare ai militari americani. Molti di questi hotel esistono ancora oggi, con nomi che evocano l’immaginario americano dell’epoca: The Malaysia Hotel, The Thai Hotel, The Atlanta Hotel, The Miami Hotel. Alcuni sono stati rinnovati, altri conservano un’aura di nostalgia, con arredi datati e atmosfere rimaste congelate nel tempo. Ma l’afflusso di migliaia di soldati americani in licenza non portò solo hotel, steakhouse e locali in stile occidentale. Alimentò anche un’economia sommersa, legata al sesso e all’intrattenimento notturno. I quartieri di Patpong, Nana e Soi Cowboy divennero simboli di questa trasformazione, nati per rispondere alla domanda proveniente dai militari in cerca di distrazione. La prostituzione — tollerata e regolata in modo ambiguo — si strutturò come una vera e propria industria parallela, con bar, beer garden, discoteche e go-go bar che offrivano cibo, musica e compagnia. Questo fenomeno, pur non essendo il centro del nostro discorso, ha lasciato un’impronta duratura sulla percezione internazionale di Bangkok, condizionando per decenni l’immagine della città e persino il suo sviluppo turistico. Riconoscerlo non significa ridurre Bangkok a uno stereotipo, ma comprendere meglio le dinamiche che l’hanno attraversata nel secondo Novecento — comprese quelle riflesse nella cultura dell’ospitalità e del cibo.

Bangkok nel XXI secolo: turismo e soft power gastronomico

All’inizio del nuovo millennio, Bangkok ha definitivamente consolidato il proprio ruolo di hub turistico globale. Non più solo tappa obbligata per backpacker, reduci e nostalgici o amanti dell’esotico a buon mercato – che hanno colonizzato il nostro immaginario collettivo attraverso libri film e articoli intrisi di pregiudizi e orientalismo d’accatto – la capitale thailandese ha saputo ridefinirsi come destinazione moderna, dinamica e culturalmente complessa. In questo processo, la cucina ha giocato un ruolo chiave. La Thailandia è uno dei pochi paesi ad aver sviluppato una vera e propria strategia di soft power attraverso il cibo, sostenuta da istituzioni, ministeri e programmi dedicati. Iniziative come il progetto “Global Thai” — volto a promuovere l’apertura di ristoranti thai nel mondo — o il marchio “Thai Select”, che certifica la qualità della cucina tailandese all’estero, sono esempi concreti di una diplomazia culturale giocata a colpi di pad thai e tom yum. Bangkok è il cuore di questo movimento. La città ospita alcuni dei ristoranti più celebrati dell’Asia, premiati da guide internazionali e classifiche globali, ma anche un’infinità di cucine di quartiere, mercati tradizionali, street food iconici e laboratori gastronomici dove la tradizione incontra la sperimentazione. Chef locali e internazionali collaborano, reinventano, mescolano. La cucina diventa linguaggio, narrazione, attrattiva turistica e — per molti viaggiatori — la principale ragione per visitare la città. Nel contesto della globalizzazione, la cucina thailandese non si è dissolta, ma ha saputo trasformarsi in ambasciatrice culturale. E Bangkok, grazie alla sua energia, apertura e capacità di sintesi, si è imposta come una delle capitali gastronomiche del XXI secolo. Una città che racconta il proprio passato ma guarda avanti, con il profumo del basilico thai che si mescola all’aroma dei specialty coffe e del pane a lievitazione naturale.

Dopo il Covid: resilienza e rinascita gastronomica

Come molte metropoli globali, anche Bangkok ha affrontato le conseguenze della pandemia da Covid-19 con durezza. La chiusura dei confini, il blocco del turismo internazionale e le restrizioni sanitarie hanno messo in crisi un’intera economia fondata sull’ospitalità, con conseguenze profonde anche nel mondo della ristorazione. Molti locali hanno chiuso, altri si sono reinventati; interi settori — dallo street food ai ristoranti di lusso — hanno dovuto ripensare modelli operativi, filiere e rapporto con i clienti. Eppure, proprio da questa crisi è emersa una nuova vitalità. Oggi Bangkok offre una scena gastronomica tra le più varie e dinamiche al mondo. I mercati locali e i venditori ambulanti continuano a rappresentare l’anima popolare della città: piatti semplici, saporiti e a prezzi accessibili, cucinati al momento e serviti in pochi minuti, restano una costante insostituibile della vita quotidiana thailandese. Ma accanto a questo tessuto tradizionale, si è affermata una nuova generazione di chef, imprenditori e artigiani del gusto che guardano al futuro. Dalle cucine stellate alle trattorie urbane, dalle dark kitchen nate durante il lockdown alle caffetterie di quartiere con menù sostenibili, la capitale tailandese è diventata un laboratorio di creatività culinaria. La contaminazione continua a essere una forza propulsiva: cucina thailandese reinterpretata in chiave nordica, ristoranti giapponesi con influenze locali, bistrot che fondono street food e tecniche francesi, locali vegani o plant-based ispirati alla medicina tradizionale asiatica. Anche il fine dining ha subito un’evoluzione: meno formale, più legato al territorio, attento alla provenienza degli ingredienti e all’esperienza complessiva. Non si tratta solo di mangiare bene, ma di partecipare a una narrazione: sulla Thailandia, sulla sua biodiversità, sulla cultura del riso, sulle spezie dimenticate, sulle memorie contadine e sull’orgoglio di una cucina viva e consapevole.

Leggere Bangkok attraverso il cibo

Capire Bangkok attraverso la sua cucina significa osservarne le stratificazioni, riconoscerne le influenze, cogliere le fratture e le continuità. Ogni piatto racconta un incontro, una migrazione, una tensione tra passato e presente. La città ha saputo accogliere, trasformare e restituire al mondo sapori che parlano non solo di ingredienti e tecniche, ma di storie, poteri, desideri e identità. Dal curry regale della corte siamese ai noodle fumanti dei vicoli di Yaowarat, dai ristoranti americani degli anni della guerra ai menu sostenibili dei bistrot contemporanei, Bangkok non ha mai smesso di reinventarsi. La sua forza è proprio nella molteplicità: non solo un modello da esportare, ma un sistema vivo, fluido, poroso, in cui tutto può confluire e da cui molto può partire. In un’epoca in cui il cibo è diventato linguaggio globale, la capitale thailandese si offre come un laboratorio aperto, dove la storia non è mai digerita del tutto, ma continua a fermentare — proprio come le sue salse, i suoi pickles, i suoi racconti.

Mister Godfrey

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